Pubblicata una importante ricerca dell’ Università della Basilicata sul deperimento del querceto di San Paolo Albanese (PZ) nel Parco Nazionale del Pollino

Il declino delle foreste indotto dai cambiamenti climatici è un fenomeno globale che colpisce molte specie arboree, principalmente in aree soggette a siccità frequenti come la regione Mediterranea. In Italia meridionale diverse specie di querce mostrano fenomeni di declino a partire dagli inizi del 2000 a causa dello stress indotto da siccità. I meccanismi intraspecifici che spiegano le differenze in vulnerabilità alla siccità non sono ancora del tutto compresi.
La tematica ha destato molto interesse nella comunità scientifica, da cui negli ultimi anni è sorta una collaborazione internazionale che ha visto coinvolti un gruppo di ricercatori della SAFE (Scuola di Scienze Agrarie, Forestali, Alimentari ed Ambientali) dell’Università degli Studi della Basilicata, con a capo il Prof. Francesco Ripullone, con l’Instituto Pirenaico de Ecologìa (centro di eccellenza del Consiglio Superiore delle Ricerche Scientifiche con sede a Saragozza, Spagna) e l’Università di Lleida in Catalogna, Spagna.
Lo studio è stato condotto in 2 siti in declino Gorgoglione (MT), nell’entroterra della Collina Materana, e San Paolo Albanese (PZ) ai confini dell’areale del Parco del Pollino.
Questo lavoro si basa sullo studio delle risposte a una delle più gravi siccità degli ultimi decenni (estate 2017), per verificare se la variabilità nella vulnerabilità tra gli individui possa essere legata a differenze intraspecifiche nell’approvvigionamento idrico alle diverse profondità del suolo.
Sono state confrontate le risposte fisiologiche di tre querce Mediterranee che mostrano diverse esigenze ecologiche nei riguardi della disponibilità idrica: Quercus pubescens Willd., Quercus cerris L., Quercus frainetto Ten.
Per ciascuna specie sono state prese in esame coppie di piante contigue, localizzando due categorie sintomatiche principali: deperienti e non deperienti. Su tali categorie è stato analizzato il segnale isotopico dell'ossigeno (δ18O) e dell’idrogeno (δ2H) dell’acqua contenuta nello xilema nei rami e nel suolo (a diverse profondità). Inoltre è stata quantificata la crescita radiale (BAI) e misurata la concentrazione di carboidrati non strutturali (NSC) nell’alburno per valutare eventuali differenze tra le categorie sintomatiche.
I risultati hanno mostrato che durante il periodo estivo, caratterizzato da maggiore stress idrico, gli individui asintomatici di Quercus cerris e Quercus pubescens hanno estratto l'acqua del suolo a maggiore profondità rispetto agli alberi con evidenti sintomi di deperimento, come indicato da differenze significative in la composizione isotopica dell'ossigeno e dell'idrogeno dell'acqua dello xilema. Questi risultati non hanno riguardato il Q. frainetto, una specie che domina in siti mesici, spingendo ad approfondire ulteriormente gli studi sulle molteplici cause che causano mortalità dei siti di studio, probabilmente relazionate alle caratteristiche del suolo.
Inoltre gli alberi in deperimento hanno mostrato un'altezza e un tasso di crescita radiale inferiori rispetto agli alberi non deperienti, a testimonianza di uno stato di maggiore salute delle piante sane. Tendenza confermata ulteriormente dalle concentrazioni delle sostanze di riserva immagazzinate nella pianta (amido all’interno dell’alburno), risultate inferiori nelle piante deperienti di Q. cerris e Q. pubescens.
Questo lavoro rappresenta un primo passo verso la conoscenza sui meccanismi che determinano fenomeni di mortalità di boschi di querce mediterranei. Inoltre pone in evidenza il ruolo fondamentale che giocano le strategie di approvvigionamento idrico nelle condizioni estreme di stress indotto dai cambiamenti climatici, dove le piante in grado di approfondire maggiormente le loro radici avrebbero maggiori possibilità di superare tali periodi negativi consentendo loro di non soccombere.
Il lavoro degli studiosi, pone le basi per una serie di approfondimenti futuri come:
• studi ecologici su ampia scala di specie quercine dell’areale del Mediterraneo che hanno ecologia ed esigenze idriche differenti;
• stima e monitoraggio della vulnerabilità delle foreste mediterranee ad eventi climatici estremi mediante tecniche innovative di telerilevamento;
• studio retrospettivo di una serie di variabili come la risposta agli stress climatici da un punto di vista fisiologico, della crescita e della risposta anatomica delle piante;
• studi mediante l’utilizzo e l’applicazione di appositi modelli statistici, in cui si può costruire una previsione futura dei fenomeni di resilienza e/o mortalità dei siti maggiormente colpiti;
• studi sul patrimonio genetico e adattativo di queste specie, nel caso si possa capire quali siano coloro che adottano la strategia migliore per resistere agli stress climatici a cui sono soggette.
Queste informazioni risulteranno molto utili per poter avanzare proposte in merito alla gestione da applicare in queste aree, al fine di poter garantire la tutela dei boschi di querce mediterranee, considerato l’elevatissimo valore ambientale di questi ecosistemi.
Con immenso piacere e soddisfazione si comunica che il lavoro appena descritto è stato scelto da parte della rivista scientifica Tree Physiology come copertina del volume 40 relativa al mese di maggio 2020 (Foto: Michele Colangelo)

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